I Am Rich, l’app da 999,99 dollari che non faceva nulla: lo scandalo lampo che ha segnato l’App Store

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By Redazione

Nel 2008 un’app da 999,99 dollari che non faceva nulla scatenò uno scandalo globale. La storia di I Am Rich e del primo corto circuito dell’App Store.

C’è chi odia i ricchi per questioni di classe (classe sociale), c’è chi odia i ricchi perché in realtà vorrebbe essere come loro (l’invidia, in fondo, è una prerogativa umana) e infine c’è chi li odia perché li ritiene stupidi, nel modo in cui spendono i loro soldi — guadagnati in modi più o meno nobili — in cose stupide.

Rientra sicuramente in quest’ultima categoria chi, nel lontano ma non troppo 2008, acquistò l’app di cui stiamo per parlare.

Parliamo di I Am Rich (Sono Ricco, per chi non mastica l’inglese): un’app che non prometteva nulla, non faceva nulla e non nascondeva nulla. Eppure costava 999,99 dollari — una cifra che, attualizzata, oggi supererebbe abbondantemente i 1.400 dollari.

Era il 2008, l’App Store aveva appena aperto i battenti e il mondo delle app era ancora una frontiera tutta da esplorare (ancor più Far West di quanto oggi lo sia). In quel contesto, uno sviluppatore tedesco, Armin Heinrich, pubblicò un’applicazione che sembrava una provocazione artistica più che un prodotto digitale. Una schermata nera, un’icona rossa — una sorta di rubino stilizzato — e una frase che spiegava tutto: quest’app serviva solo a dimostrare che potevi permettertela.

Tecnicamente, l’unica “interazione” possibile era la pressione di un’icona che mostrava una sorta di mantra motivazionale, peraltro con un errore ortografico piuttosto evidente: I am rich. I deserv it. I am good, healthy & successful. Fine dell’esperienza.

I am rich offriva queste frasi

Nient’altro. Nessuna funzione nascosta, nessuna utilità pratica, nessun contenuto extra. Solo un simbolo. Un badge digitale di ricchezza da esibire mostrando il proprio iPhone.

Il prezzo non era casuale: 999,99 dollari rappresentavano il massimo consentito allora sull’App Store. Un tetto che nessuno aveva mai pensato di usare in modo così spudorato. Heinrich stesso spiegò in seguito di aver concepito l’app come una sorta di scherzo concettuale, quasi una risposta ironica a chi, all’epoca, si lamentava per applicazioni vendute a più di 0,99 dollari.

Nel giro di poche ore, I Am Rich iniziò a circolare online. Blog tecnologici, forum e primi social network la presero come esempio estremo di tutto ciò che poteva andare storto in un ecosistema appena nato: un’app inutilissima, costosissima, approvata senza problemi da Apple.

La reazione fu rapida e durissima. L’app venne rimossa in meno di 24 ore, senza spiegazioni ufficiali particolarmente articolate. Ma il danno — o forse il colpo di genio — era ormai fatto. Otto persone, secondo le ricostruzioni più attendibili, riuscirono a scaricarla prima della rimozione. Otto utenti, almeno uno dei quali dichiarò di averlo fatto “per scherzo”, salvo poi accorgersi che il conto sulla carta di credito era tutt’altro che una battuta.

In totale, quelle otto vendite fruttarono circa 5.600 dollari allo sviluppatore e poco più di 2.400 ad Apple, prima che parte degli acquisti venissero rimborsati per evitare strascichi peggiori. Nel frattempo, però, la stampa si era già scatenata: tra chi parlava apertamente di truffa e chi, più lucidamente, la definiva la prima vera opera d’arte concettuale dell’App Store.

I Am Rich come avanguardia

Cosa ci insegna la storia di I Am Rich (a noi boomer che vogliamo trovare una morale in tutto)?

La storia di I Am Rich non è solo una storia di ingenuità o di eccesso. È un esempio di avanguardia rispetto a quanto sarebbe accaduto anni dopo — e a quanto sta accadendo oggi. È, di fatto, uno dei primi esempi di status symbol digitale puro. Nessun oggetto fisico, nessuna esperienza esclusiva: solo un’icona sullo schermo (e poco più).

Un’anticipazione, nemmeno troppo velata, di dinamiche che oggi conosciamo benissimo: dalle skin nei videogiochi agli NFT, passando per abbonamenti premium che servono a ben poco o alle famigerate spunte blu, pagate più per essere viste che per essere utili.

Apple, dal canto suo, imparò la lezione. Da allora il controllo sulle app, sui prezzi e soprattutto sul valore percepito dei contenuti è diventato molto più stringente. I Am Rich resta così un’anomalia irripetibile, figlia di un momento storico in cui tutto era possibile perché nulla era ancora regolato davvero.

Oggi quell’app non esiste più, se non come screenshot, aneddoto e meme ante litteram. Ma la sua storia continua a circolare perché dice qualcosa di molto semplice e molto umano: non sempre compriamo ciò che ci serve. A volte compriamo ciò che ci rappresenta — o che crediamo ci rappresenti — anche a costo di sembrare stupidi agli occhi altrui.

Più che I Am Rich, a ben vedere, l’app si sarebbe potuta chiamare I Am Dumb. Ma forse avrebbe venduto molto meno.

(Curiosità finale: qualcuno ha reso l’app disponibile for free su Internet Archive, sebbene c’è chi dubiti sia un originale)

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