Meta brevetta un sistema per simulare l’attività social di utenti defunti. Innovazione o business del lutto digitale?
La domanda è quantomai attuale: Meta ha ottenuto una patente che descrive un sistema capace di simulare l’attività di un utente assente (e fin qui non ci sarebbe troppo di male, ché senza utenti il social – quello sì – muore) o deceduto, mantenendo il suo profilo attivo attraverso interazioni generate dall’intelligenza artificiale. Non un memoriale statico. Un account che continua a fare quello che faceva: scorrere, reagire, commentare.
Il paragone con Black Mirror viene quasi automatico. Ma qui si rischia di andare oltre la malinconia tecnologica dell’episodio cult: siamo più vicini a una versione digitale della “notte dei morti viventi”, solo che al posto dei passi lenti e delle porte che cigolano ci sono notifiche push e cuoricini.
Facebook, dal profilo commemorativo al profilo “attivo”
Oggi, quando una persona muore, Facebook consente di trasformare il suo profilo in account commemorativo.
È uno spazio di ricordo, non un motore di nuove interazioni. La patente di Meta, invece, ipotizza qualcosa di diverso: un sistema in cui un bot osserva contenuti rilevanti nel feed, interroga un modello linguistico addestrato sui dati storici dell’utente e decide quale azione sarebbe “coerente”. Un like? Un commento? Una risposta testuale? E poi pubblica a suo nome.
Dal punto di vista tecnico, è la naturale evoluzione dell’IA generativa: i modelli sanno imitare stile, tono, lessico. Dal punto di vista umano, è un altro discorso. Perché non si parla più solo di memoria, ma di simulazione della presenza. Ed è una differenza immensa, quando si prova ad elaborare un lutto.
Nella descrizione di questo brevetto si prevede la possibilità che l’utente, in vita, scelga quali dati possano essere utilizzati per addestrare il sistema. In teoria, il consenso sarebbe centrale. In pratica, resta la domanda: possiamo davvero anticipare come vorremmo “parlare” quando non ci saremo più? E soprattutto, chi decide quando attivare o spegnere quel doppio digitale?
C’è poi un dettaglio meno poetico e più strutturale (e che abbiamo accennato all’inizio): le piattaforme vivono di interazioni. Un profilo che continua a generare attività è un profilo che continua a produrre valore, traffico, tempo di permanenza. Il lutto, trasformato in “problema di esperienza utente”, diventa parte di un ecosistema economico preciso.
Giunti sin qui, è giusto chiarirlo: una patente non equivale a un prodotto lanciato sul mercato ed è vero che molte tecnologie restano sulla carta, solo ipotizzate . Ma il fatto che si arrivi a brevettare l’idea di un’identità digitale che sopravvive interagendo dice qualcosa sul punto in cui siamo arrivati.
Il confine tra omaggio e sostituzione digitale rischia di diventare sottile: una frase generata dall’algoritmo può diventare un cortocircuito emotivo e in un’epoca in cui già fatichiamo a distinguere tra autentico e artificiale (anche questo articoli, cari lettori, è naturale o artificiale?) inserire la morte dentro il flusso continuo dei contenuti è un ulteriore clamoroso cambio di scenario.
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