Cos’è e come funziona BeMyEye? Alla scoperta dell’economia della “delazione”

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By Redazione

Guadagnare qualche euro entrando in un supermercato, scattando una foto a uno scaffale o verificando se un prodotto è esposto correttamente. È questa, in estrema sintesi, l’idea dietro BeMyEye, applicazione che negli ultimi tempi sta circolando parecchio sui social grazie a creator e video virali.

Ma cos’è davvero? Un modo intelligente per arrotondare o l’ennesima forma di micro-lavoro digitale che trasforma gli utenti in raccoglitori di dati per grandi aziende?

La risposta, probabilmente, sta nel mezzo (laddove sta la virtù, per qualcuno ben più saggio di noi).

Come funziona BeMyEye

Il meccanismo è relativamente semplice. Una volta installata l’app, l’utente può visualizzare una serie di “missioni” disponibili nelle vicinanze: supermercati, pub, negozi, centri commerciali o altri punti vendita.

Le attività richieste possono essere diverse:

fotografare scaffali o prodotti;
verificare la presenza di materiale pubblicitario;
controllare prezzi o promozioni;
localizzare attività commerciali;
svolgere operazioni di mystery shopping, cioè fingersi un normale cliente facendo domande al personale.

In cambio viene riconosciuto un compenso variabile, spesso di pochi euro per missione. In alcuni casi si parla di importi molto bassi, in altri di somme leggermente più consistenti per attività più lunghe o specifiche.

L’obiettivo reale, però, non è “far lavorare gli utenti”, bensì raccogliere dati sul mondo retail: disposizione dei prodotti, presenza dei brand, efficacia delle campagne promozionali, stato degli scaffali e comportamento dei punti vendita.

Sul proprio sito ufficiale, l’azienda si presenta infatti come una piattaforma di image recognition e retail intelligence pensata per grandi marchi internazionali.

BeMyEye, dietro le missioni: dati, marketing e retail intelligence

La parte più interessante della questione è probabilmente questa: BeMyEye non nasce come semplice app “per guadagnare”.

Il cuore del progetto è la raccolta di informazioni commerciali su larga scala.

Le immagini caricate dagli utenti vengono utilizzate per fornire ai brand analisi sul posizionamento dei prodotti, sulla presenza nei negozi e sull’esecuzione delle strategie di marketing nei punti vendita.

Non a caso il sito dell’azienda insiste molto su concetti come:

“retail execution”;
“crowdsourced insights”;
“image recognition”;
“real-time data”.

Nelle pagine promozionali compaiono inoltre riferimenti a collaborazioni con grandi marchi internazionali e gruppi del settore alimentare e della distribuzione.

In pratica, l’utente diventa una sorta di “occhio distribuito” sul territorio: milioni di micro-verifiche effettuate da persone comuni che consentono alle aziende di ottenere informazioni aggiornate sui negozi senza dover inviare ispettori tradizionali.

BeMyEye, il tema della privacy e del “capitalismo della sorveglianza”

È qui che il discorso si fa più delicato.

Negli ultimi anni si è parlato molto del cosiddetto “capitalismo della sorveglianza”, concetto reso popolare dalla studiosa Shoshana Zuboff. L’idea è che molte piattaforme digitali costruiscano valore economico raccogliendo enormi quantità di dati sugli utenti e sui loro comportamenti.

Applicazioni come BeMyEye finiscono inevitabilmente dentro questo dibattito.

Da una parte c’è chi sostiene che il sistema sia trasparente: l’utente sceglie volontariamente di partecipare alle missioni, viene pagato e accetta termini e condizioni espliciti. L’azienda, inoltre, opera apertamente in Europa e dichiara di rispettare il GDPR.

Dall’altra parte restano alcune domande più filosofiche che tecniche:

quanto vale davvero il lavoro svolto?
fino a che punto è corretto trasformare gli utenti in raccoglitori di dati per multinazionali?
il compenso è proporzionato al valore commerciale delle informazioni ottenute?

Sono interrogativi che vanno oltre la singola app e toccano l’intera economia digitale contemporanea.

BeMyEye e il mystery shopping: nulla di nuovo sotto al sole?

Va anche detto che molte delle attività presenti su BeMyEye non sono affatto nuove.

Il mystery shopping esiste da decenni: aziende incaricano persone di fingersi clienti normali per valutare servizio, qualità e comportamento del personale.

La vera novità è la digitalizzazione estrema del processo.

Quello che una volta veniva affidato a società specializzate oggi viene distribuito tramite smartphone a migliaia di utenti occasionali, con costi molto più bassi e tempi infinitamente più rapidi.

Ed è probabilmente questo il vero cambiamento: non tanto la nascita di un nuovo lavoro, quanto la trasformazione di qualsiasi spostamento quotidiano in una potenziale attività monetizzabile.

Conviene davvero?

Dal punto di vista economico, le opinioni online sono molto contrastanti.

C’è chi sostiene di riuscire ad arrotondare facilmente durante commissioni o spostamenti già previsti, e chi invece considera i compensi troppo bassi rispetto al tempo richiesto.

Il rischio, come spesso accade con le piattaforme di micro-tasking, è quello di sottovalutare il valore del proprio tempo.

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