“47 elenchi di data broker rimossi. 12 account dimenticati eliminati. 3 risultati di ricerca soppressi.” È il riassunto, piuttosto asciutto, pubblicato su X da un utente che si fa chiamare “digital ghost”. Un thread diventato rapidamente virale perché racconta qualcosa che molti pensano da anni ma che quasi nessuno affronta davvero: quanto siamo esposti online, e quanto sia complicato rimediare.
La parte che ha attirato più attenzione non è stata tanto il risultato finale quanto il metodo. L’utente sostiene di aver fatto tutto in circa sei ore usando Claude, il modello IA di Anthropic, come assistente operativo. Non per “hackerare” sistemi o automatizzare procedure illegali, ma per organizzare richieste, classificare risultati di ricerca e velocizzare una lunga serie di operazioni burocratiche e ripetitive.
In altre parole: l’intelligenza artificiale non avrebbe cancellato Internet, ma avrebbe ridotto drasticamente il tempo necessario per orientarsi dentro il caos digitale accumulato negli anni.
Data broker, account dimenticati e vecchi articoli: cosa ha fatto davvero
Nel thread pubblicato su X, digital ghost spiega di aver iniziato dal punto più semplice: cercare il proprio nome, numero di telefono e indirizzo email su Google. Da lì ha raccolto screenshot e link, chiedendo poi a Claude di aiutarlo a catalogare i risultati per priorità.
Una parte consistente del lavoro riguardava i data broker, cioè aziende che raccolgono e rivendono informazioni personali provenienti da registri pubblici, social network, newsletter, vecchi servizi online o database commerciali. Negli Stati Uniti il fenomeno è molto diffuso, ma siti simili esistono anche in Europa.
Secondo il racconto, l’AI sarebbe stata utilizzata per generare richieste di cancellazione basate sulle normative esistenti, incluso il GDPR europeo. Un approccio che, almeno sulla carta, ha senso: molte piattaforme richiedono email formali, riferimenti normativi precisi e procedure differenti da sito a sito.
Il thread cita anche JustDeleteMe, un archivio online noto da anni tra gli appassionati di privacy digitale. Il sito raccoglie link diretti e istruzioni per eliminare account da centinaia di servizi web, distinguendo quelli facili da cancellare da quelli che invece rendono il processo volutamente complicato.
Qui entra in gioco uno degli aspetti più interessanti della vicenda: l’IA non viene presentata come una scorciatoia magica, ma come un moltiplicatore di produttività. Un assistente capace di riordinare procedure sparse, suggerire template e ridurre il tempo perso tra FAQ, moduli e pagine nascoste.
La cancellazione totale non esiste (o quasi)
L’idea di “sparire da Internet” resta comunque più complessa di quanto il thread lasci intendere. Eliminare dati da motori di ricerca, broker commerciali e vecchi account è possibile in molti casi, ma non significa cancellare ogni traccia della propria esistenza digitale.
Alcune informazioni rimangono archiviate altrove: database storici, cache, copie salvate da altri utenti, forum abbandonati o articoli indicizzati da anni. Lo stesso digital ghost ammette di aver scelto una strategia diversa per certi contenuti impossibili da rimuovere: produrre nuovi contenuti SEO con le stesse keyword per “spingere giù” i vecchi risultati nei motori di ricerca.
È una pratica conosciuta da tempo nel mondo della reputazione online. Non elimina il contenuto originale, ma può renderlo molto meno visibile. Ed è probabilmente il passaggio che racconta meglio il presente di Internet: oggi la battaglia non è solo sull’esistenza dei dati, ma sulla loro reperibilità.
Nel thread compare anche Have I Been Pwned, il celebre servizio che consente di verificare se il proprio indirizzo email sia finito in data breach pubblici. Anche qui Claude sarebbe stato utilizzato per organizzare le priorità: cambiare password, attivare autenticazione a due fattori o eliminare servizi non più utilizzati.
Più che sparire, il punto è riprendere controllo
Il caso raccontato su X colpisce perché intercetta una sensazione diffusa. Negli ultimi quindici anni moltissime persone hanno accumulato account, newsletter, forum, registrazioni e profili social senza più ricordarsene. Molti servizi chiusi o dimenticati continuano ancora oggi a conservare dati personali.
L’esperimento di digital ghost mostra soprattutto questo: l’intelligenza artificiale potrebbe diventare uno strumento utile per orientarsi dentro una burocrazia digitale che spesso sembra progettata per scoraggiare gli utenti.
Non è detto che il risultato raccontato nel thread sia replicabile identicamente per tutti. Alcuni servizi ignorano le richieste, altri richiedono verifiche manuali, altri ancora conservano dati per obblighi legali o amministrativi. Però il principio resta interessante e mostra un ulteriore possibile uso dell’IA: non per produrre contenuti o immagini, ma per recuperare tempo e controllo su qualcosa che normalmente richiederebbe settimane.
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